Storia delle Banche del Tempo

 

L’idea di Banca del Tempo si diffonde sull’onda dei Local Exchange Trading Systems (LETS) inglesi, già attivi agli inizi degli anni ’90, prima in Francia, attraverso il Systeme d’Echanges Local (SEL), poi in tutta Europa. Queste realtà si sono sviluppate prevalentemente in periodo di crisi con l’obiettivo di sganciarsi da un’economia basata sulla moneta. Parlando con la Coordinatrice della Banca del Tempo di Monza, la Sig.ra Virginia Riva, ho avuto modo di chiarirmi le idee in merito ad alcuni meccanismi riguardanti il funzionamento dei rapporti di scambio all’interno della Banca. Guidate dall’intento comune di “migliorare la qualità della vita delle persone ricreando quei rapporti di buon vicinato che si sono ormai persi in quasi tutte le realtà” (Colombo, 1997, 23), le Banche del Tempo di tutto il mondo non si rifanno a un modello preciso uguale per tutte; ogni Banca si struttura in base alle necessità/risorse/peculiarità del territorio in cui si inserisce. Il successo di queste dipende infatti in gran parte dalla predisposizione del territorio a ospitare un’iniziativa di questo tipo e dalla capacità di chi la organizza di saper intuire quali attività e modalità di gestione hanno più possibilità di essere accettate e fruite dall’utenza a cui ci si rivolge: si è dato il caso in cui la stessa formula proposta in diverse realtà abbia dato risultati assai diversi.

Il contributo maggiore che la Banca del Tempo offre in funzione della creazione di un tessuto sociale dinamico e solidale, sta nel dare modo agli utenti di scoprire e valorizzare tutte quelle attività comunemente non ritenute come “commerciabili” che qui invece assumono un loro valore e diventano oggetto di scambio al pari di prestazioni ufficialmente riconosciute. Questo aspetto, che può sembrare banale, in tale contesto assume un’importanza eccezionale perché permette la riscoperta del valore dell’individuo nella società a partire da quello che è in grado di dare in funzione dell’assunzione di un ruolo attivo all’interno della costruzione di questa. Tutti hanno qualcosa da offrire, solo che spesso non lo sanno. L’esperienza delle Banche del Tempo dimostra che la gente, portata a riflettere su che cosa potrebbe dare o chiedere, riscopre in sé risorse che non sospettava di avere per il semplice fatto che esse non sono comunemente annoverate tra le prestazioni passibili d’essere “oggetto di contratto” nella società. In questo modo chiunque, a prescindere da sesso, età o estrazione sociale, ha possibilità di entrare nella dimensione di scambio in una “prospettiva responsabile, derivante da rapporti paritari e solidali” in cui la gratificazione generata dall’aver “risolto un problema contemporaneamente ad aver contribuito a risolverne altri” lascia spazio al valore di legame cui accennavo sopra (Colombo, 1997, 12).

“Le esperienze italiane fino ad oggi attivate hanno registrato risultati positivi (…) Si stabilisce una relazione di fiducia molto forte. I legami si rafforzano e ognuno si diverte a dare e a ricevere. Non si tratta quindi soltanto di aiuto, ma anche di compagnia tra le persone che nello scambiare fanno cose assieme.” (Colombo, 1997, 36).

Quello che infatti differenzia lo scambio così concepito da quello contrattuale, ai quali assimiliamo i concetti di philìa nel primo caso ed eros nel secondo, è il fatto che in quello contrattuale io opero in funzione solo ed esclusivamente di me stesso a prescindere dall’identità dell’altro nella consapevolezza che il rapporto esistente si esaurisce al termine dello scambio; nel primo caso, invece, il rapporto di scambio diventa occasione di incontro e costruzione di un legame che va ben oltre il beneficio tratto dallo scambio fine a sé stesso. “La BdT ridà quindi dignità allo scambio. In essa non si realizza lo scambio di favori per accrescere il potere di qualcuno e la dipendenza di qualcun altro” si accrescono invece “le opportunità dei singoli individui” (Colombo, 1997, 22). Nell’ottica quindi di creare un rapporto di eguaglianza, il meccanismo permette di eliminare anche quella tanto problematica componente del dono che lo rende spesso mezzo di autoaffermazione invece che promotore di reciprocità costruttiva. L’unità di scambio è infatti il tempo, non circola denaro. A rendere unica quest’istituzione, con varianti ammesse a seconda degli adattamenti sui vari territori, è l’idea che un’ora del tempo di un pensionato abbia lo stesso valore di un’ora di tempo di un avvocato. Che cosa ci si scambia? Di tutto, perché introducendo la logica del baratto le persone si scambiano ciò che possiedono in termini di conoscenze, competenze, abilità, tempo e beni.” (Colombo, 1997, 65). Sono gli utenti stessi ad arricchire la lista delle più disparate voci a seconda dei bisogni che di volta in volta emergono. Funzione della banca è solo di coordinare richieste e disponibilità, il resto avviene tutto nell’incontro diretto tra soci. Alla fine di ogni prestazione viene staccato un assegno a favore di chi ha donato il suo tempo, e questo finisce nel “conto corrente” dell’utente.

*Le citazioni riportate sono tratte dal seguente testo:
Colombo, Grazia, 1997. La Banca del Tempo. Come organizzare lo scambio del tempo: i valori, i principi, i protagonisti. Milano. FrancoAngeli.

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